Il grande maestro del calcio italiano, a detta di molti è Arrigo Sacchi. L’ex tecnico di Milan e Nazionale ha recentemente concesso una lunga intervista al Corriere della Sera, in cui ha toccato molti argomenti, tra cui la sua visione di due figure di spicco nel mondo del calcio: Giacinto Facchetti e Antonio Conte.

Uno degli aspetti più interessanti dell’intervista è stato il racconto di come Sacchi, da giovane, aveva una visione distorta di Giacinto Facchetti come calciatore. “Ho preso molti abbagli, come tutti. Da giovane, non mi chieda perché, non lo so neppure io, ma detestavo Giacinto Facchetti, inteso come calciatore. Poi mi resi conto che invece era il prototipo del giocatore moderno. Un difensore che attaccava, il primo in Italia. Anche una gran persona perbene”, ha ammesso Sacchi. Questo racconto mette in luce come le prime impressioni possano essere fuorvianti e come il tempo e l’esperienza possano portare una comprensione più profonda e apprezzamento per le qualità di una persona.

L’intervista tocca anche il tema di Antonio Conte, attuale allenatore di spicco nel panorama calcistico. Sacchi ha dichiarato: “Ne ho stima. Vero, non gioca il mio calcio ideale. Ma riconosco in lui la mia stessa intensità, la stessa passione che mi animava. Ha il fuoco dentro. Gli auguro di non bruciarsi, di gestire i propri demoni interiori meglio di quanto sono riuscito a fare io”. Questa affermazione mostra una grande ammirazione e rispetto nei confronti di Conte, pur riconoscendo che il suo approccio al calcio può differire dalla filosofia di gioco di Sacchi.

Nel finale dell’intervista, Sacchi risponde anche a una critica che gli viene rivolta spesso, e cioè quella di aver “ucciso” i numeri 10. Sacchi risponde con saggezza, sottolineando che il calcio è un gioco di squadra che coinvolge undici giocatori e che talvolta questa critica può derivare da una contrapposizione tra l’individualità e il collettivo.

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